Galeotto fu il telefono



È proprio come un catalogo. Sfogli su questa app le foto dei ragazzi disponibili nella zona e metti nella lista dei desideri quelli che ti piacerebbe conoscere, come se fossero un paio di scarpe o una borsetta su un sito di e-commerce qualsiasi. Se anche loro ti hanno selezionato, potete chattare e poi magari: scatta il Tinder date! Ovvero l'appuntamento al buio versione terzo millennio.

All'inizio gli amici all'estero hanno cominciato a parlarne, ma ormai è un'epidemia tanto da far sentire matusalemme noi fidanzate del secolo scorso. C'è chi trova nel condominio dei miei, tra vecchietti e famigliole, qualcuno in cerca di amicizie gay. Chi scopre compagni di avventure in vacanza. Chi un altro po' e si sposa. Chi organizza complessissimi piani di salvataggio in caso il suo tinder date si riveli un disastro (salvo poi dimenticare la parola d'ordine per essere soccorso).

E io che non ho fatto ancora in tempo ad abituarmi alla novità e mi dicono: - Guarda che ormai anche tinder è superato, roba vecchia... Come Facebook -. Non ce la posso fare.

La Lurida Sbobba



Il pentolone è degno di Maga Magò. L'odore che proviene dalla cucina anche. Bucce di patate e carote svolazzano per casa. Io pensavo che me la sarei evitata la Lurida Sbobba per Piccolé. Mi affascinava l'idea dell'autosvezzamento, un modo di accompagnare il bambino alla scoperta del cibo senza passare per pappe e pappine. Poi però mi sono accorta che voleva dire tenere la pupa latte-dipendente a oltranza e mungermi con il tiralatte due-tre volte al giorno per lavorare, non si poteva fare.

E così sono finita anch'io a sbucciare patate. Chissà se il minestrone patate-carote-zucchine-sedano-erbette le piacerà. Per ora ha mostrato gusti un po' più decisi. Mangia la mela, ma la preferisce intera da addentare con i suoi due-dentini-due. Ha apprezzato molto la pasta con le vongole e il pollo arrosto. Sgranocchia volentieri un carota. Ma soprattutto è ghiotta di carta, cartoncino e cartone. Se le finiscono sotto tiro, "divora" libri e giornali (nel senso letterale del termine). Come spiegarle che è solo una metafora?

I sogni son desideri, ovvero... cinema!


E dopo più di sei mesi sono tornata al cinema. Ho perso il conto di quando è stata l'ultima volta che ci sono andata perché alla fine della gravidanza ero così grossa che stavo scomodissima incastrata nelle poltroncine. Il film prescelto è stato Cenerentola di Kenneth Branagh, da vedere con le amiche. Non tutte ne erano convinte, c'era chi propendeva per qualcosa di più impegnato come Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza. E così, per giorni, su Whatsapp:

F.: Piccolé, tu che hai quest'aria così saggia dillo alla mamma e alle zie che i topi che ballano e le fate non esistono e che le scarpe, se fossero davvero di cristallo, farebbero un male cane e altro che ballo al palazzo!
P.: Quanto sei antica. La scarpa l'ha disegnata pure Jimmy Choo. Praticamente un guanto.
S.: Un guanto proprio non lo direi.
P.: Ma dai, con la zeppa è comodissima!!
C.: Ma punge?!
S.: Questa è la versione bora.
F.: Ragazze... Cenerentola era una donna delle pulizie dal capello ossigenato! Su, un po' di realismo.
P.: Ma smettila.
F.: Va bene va bene… Principe, castello, zucche e topi! Entro nel mood prima di stasera. Promesso!
S.: Brava. Vogliamo la principessa e il cavallo bianco. 
P.: Altrimenti ti mandiamo nell'altra sala dal Piccione.

ps Forse sarebbe stato meglio il Piccione per davvero. La mia Cenerentola è stata trasformata in una fiaba melensa melensa, da insulina. Peccato perché Cate Blanchett come matrigna era perfetta, le scenografie da sogno e la trasformazione della zucca fantastica. L'unico messaggio positivo è che puoi mettere il scarpetta di cristallo e conquistare il principe anche se hai un piede taglia 42. E non mi pare poco.

Che rosa non è



Ha i pizzi, gli inserti, i merletti. Ma soprattutto è rosa, molto rosa ed è il primo vestito "scelto" da Piccolé (a cinque mesi e mezzo). Lo ha arraffato dal cassetto, mentre cercavo una tutina da metterle. Lo stringeva con soddisfazione e sventolava di qua e di là come un trofeo. Quando alla fine lo ha lasciato andare, glielo ho messo. E' un vestito bellissimo, ma ancora non lo aveva mai provato perché io, con il rosa, ho un problema.

Non capisco perché le bimbe debbano avere un solo colore a loro disposizione e i bimbi tutti gli altri. Vesto la piccola di arancione, verde, blu, grigio, rosso, giallo e mi dicono "ma perché la vesti da maschio?". Potrei rispondere perché "il rosa puzza", come lo slogan di una campagna inglese contro gli stereotipi di genere (Pinkstinks), per questo va preso a piccole dosi.

Io, per me, ho la custodia del telefono rosa, e il beauty-case, una maglietta, un paio di smalti e pure un vestito, ma non andrei mai in giro color confetto dalla testa ai piedi e non vedo perché dovrei mandarci la mia bambina. Quello che non avevo immaginato è che lei potesse già dire la sua a questo proposito.


La Maledizione della Vasca da bagno


Ogni maledizione che si rispetti deve essere ereditaria. E' così fin dai tempi di Adamo ed Eva, "e tu partorirai con dolore" eccetera eccetera. Eppure mi illudevo che Piccolé sarebbe scampata ad alcune iatture della sua mamma come le scatole di latta che si autosabotano pur di non aprirsi, i rotoli di scotch senza capo né coda, i portafogli che giocano a nascondino o i lacci delle scarpe anti-nodo. Ancora non posso pronunciarmi su questi segnali dell'avversità del fato, ma senza ombra di dubbio anche la pupa è vittima della Maledizione della vasca da bagno.

Pure lei adora stare a mollo e non uscirebbe mai dalla vasca, ma qualcosa va storto ogni volta che immerge il piedino. Immancabilmente squilla il telefono e, se la mamma non risponde, suona un'altra volta e poi ancora. Oppure arriva qualcuno e bisogna aprire la porta e fare conversazione. Almeno tre o quattro volte poi è saltata la luce proprio mentre stava sguazzando e siamo rimaste al buio più totale. Giovedì, però, è stato il massimo. 

Ore 19.30, Piccolé si è appena tuffata con il pesce palla e il granchietto a pois. Suona il telefono e mi danno una notizia da scrivere immediatamente. Porto il computer in bagno e inizio a lavorare (sempre guardando che non affoghi). Dopo 30 secondi lei però si offende perché non giochiamo e inizia a piagnucolare, poi vuole uscire dall'acqua (la tiro fuori e avvolgo nell'accappatoio continuando a scrivere), poi vuole la tetta (gliela dò senza smettere di digitare sulla tastiera ormai fradicia), così si addormenta. Rientra Andrea dal lavoro e mi trova in bagno in una nuvola di vapore, con la pupa mezza nuda che dorme su una mia coscia, il computer zuppo in bilico sull'altra e il telefono incastrato tra la spalla e l'orecchio. Mi darà una mano, spero, invece scappa di là, acchiappa la macchina fotografica e non la finisce più di scattare.


Aprite quella porta



- E' dura, eh?
- Un massacro?
- Dev'essere straziante! Un inferno.
- Che momentaccio.
- Coraggio.

La mamma che rientra al lavoro può quanto meno beneficiare della compassione generalizzata di colleghi, amici, parenti, passanti. Come molte cose che riguardano la Sacra Maternità in questo paese spesso i toni sono apocalittici. Io, ad essere sincera, credevo peggio. Ci sono giorni che non ho nessunissima voglia di andare, ma mi è sempre successo. Anzi, di solito, quando mi chiudo la porta alle spalle e sono da sola, sento un brivido di pura libertà. Anche se sto andando al lavoro.

Dopo un paio d'ore che sono fuori la pupa inizia a mancarmi un po', poi sempre di più. E' solo dieci minuti prima di uscire, quando arriva l'immancabile imprevisto, che inizio a scapocciare. Tutto il corpo cerca la bambina, il seno gonfio di latte, in naso che non trova il suo odore, le orecchie che temono che da qualche parte lei stia piangendo e io sia troppo lontana anche solo per sentirla.

Quando invece stacco all'ora in cui dovrei staccare, sono felice di essere uscita. Mi sembra addirittura di godermi di più il tempo in cui sto con lei e di essere una mamma migliore, meno distratta. Ho provato a dirlo alle ultime persone che mi facevano quasi le condoglianze per il rientro al lavoro: - In realtà, stamattina, con il sole che c'era sono arrivata alla metro quasi zompettando -. Mi hanno guardato come se fossi pazza. Forse è più semplice compatire la mamma che lavora piuttosto che provare a renderle la vita meno difficile.