La macchia nera



A Piccolé è spuntato, da un giorno all'altro, un grosso neo. All'improvviso, mentre faceva il bagnetto mi sono accorta che aveva una macchia nera sul petto, con un diametro di quasi 3 millimetri, che non avevo mai visto. Ho provato a lavargliela via, ma quella restava al suo posto, attaccata alla pelle. Ho controllato foto di poche settimane prima, e del neo non c'era traccia. L'allarme ha iniziato a diffondersi in famiglia, camuffato da "è normale un neo in più o un neo in meno".

Una rapida ricerca su Internet ha trasformato l'allarme in panico, nella migliore delle ipotesi poteva essere qualche tipo di zecca o un altro animalaccio infame, i nei non crescono a velocità supersonica. Siamo andati dal pediatra e anche lui l'ho visto esitare. Poi si è armato di un batuffolo di cotone e ha iniziato a strofinare, incurante delle strilla della bambina. Dopo un po' la cosa è venuta via. Era solo zella, sporcizia, tenace schifosissima zella. Era rimasta attaccata lì per più di una settimana.

Io ho negato di avere sospetti su che cosa potesse essere quella macchia, dentro di me un'idea ce l'avevo ma non avrei mai confessato al dottore. Doveva essere un pezzetto di cioccolata che le avevo fatto assaggiare una volta - contro il parere del pediatra - e come il sangue sulla chiave proibita della moglie di Barbablù non andava più via, quasi a volermi incriminare per l'eternità.

La magica medicina


Un'amica neurologa a una cena mi ha raccontato di un farmaco per i narcolettici che permette di restare sempre svegli e riposati come dopo una dormita di otto ore. Glielo aveva fatto provare un collega, in versione spacciatore, durante un convegno infinito e lei lo aveva trovato "una bomba".
Ora lo so che è una medicina pesante e va usata solo in caso di vero bisogno, ma certi giorni (e certe notti in bianco) non riesco a pensare ad altro. Forse anch'io ne ho VERO BISOGNO.

Lo stagista varesotto



All'azienda di A., a Roma, è arrivato  un nuovo stagista. E' varesotto e il primissimo giorno si è presentato con la maglietta della Pallacanestro Varese. A. adesso lo ama e ha iniziato a fare dei discorsi preoccupanti:
- Non capisco proprio cosa ci è venuto a fare a Roma. Dal suo paese si vede il lago! E i monti all'orizzonte. E' un posto stupendo, pieno di giardini, di ville, tranquillo. C'è anche un sacco di lavoro per i giardinieri. Lui però vuole proprio stare a Roma, ne è convinto, io non so cosa ci trovi. Chi lo capisce è bravo. Vuole proprio stare qui, gli piace da matti. Non ha nessun motivo per stare a Roma, ma vuole vivere qui. Roba da matti.
Qualcosa mi dice che l'incantesimo di mio marito con la Città eterna si è rotto. "Molto meglio Comerio".

L'evasione



Al ristorante 
- Quest'uomo ha un'aria distrutta!
- In effetti lo abbiamo appena preso all'ospedale, ma stasera deve rientrare per la notte.
- E dov'è che è ricoverato?
- A malattie infettive, allo Spallanzani.
Il cameriere  sbianca visibilmente e inizia a girare al largo il più possibile dal nostro tavolo. Aveva tanato da subito il fuggiasco, evaso dall'ospedale all'ora di pranzo. Lo aveva dovuto fare per vedere la bambina, che non poteva andarlo a trovare in reparto e gli mancava tantissimo. 

A. si era infilato la tuta e aveva detto che stava uscendo per una passeggiata in giardino. Fuori dall'ingresso dell'ospedale, invece, c'eravamo noi che lo aspettavamo con il motore acceso, pronti a partire. Lo abbiamo caricato e siamo scappati via. 

In quel ristorante abbiamo sperimentato il brivido di essere considerati un Pericolo pubblico, anche se A. per fortuna non era contagioso, aveva solo una brutta infezione batterica al ginocchio. Così ha potuto abbracciarsi e sbaciucchiarsi Piccolé, che non lo avrebbe voluto lasciare più.




Ps Poco tempo dopo la fuga, a sorpresa, hanno dimesso A. dall'ospedale in anticipo rispetto al previsto. Era il giorno del mio compleanno. Ora deve ancora fare settimane di terapie e controlli, ma almeno è tornato a casa.